giovedì 21 maggio 2015

E arriva AMORE, PARIGI E UN GELATO AL PISTACCHIO - Rizzoli

Finalmente è uscito il mio nuovo ebook, un romance romantico e ironico che potrebbe regalarvi qualche momento di dolce evasione col sorriso sulle labbra! 





Estratto:

"Due anni prima, Parigi.Alzai gli occhi e vidi la Tour Eiffel stagliarsi nel cielo scuro. Sembrava tempestata di stelle. Una visione stupenda, se non fosse stato per la forte vertigine: è altissima!
«Io, lì su? No, no. Non ci tengo affatto!» precisai subito, intuendo l’intenzione del mio cavaliere.«Come si fa a visitare Parigi senza salire sulla Tour Eiffel?» fece lui, e prendendomi per mano mi accompagnò verso la biglietteria. «Stai tranquilla, non mi allontanerò mai, nemmeno per un attimo.»Mi lasciai trascinare incredula in questa avventura. Mi domandavo se lo stavo facendo davvero. Mi sentivo risucchiare verso l’alto, mentre lo stomaco aveva deciso di rimanere da basso. Chiusi gli occhi. Le mie mani, di loro spontanea volontà, si infilarono sotto la giacca dell’uomo favoloso che avevo accanto. Non sembrava dispiaciuto. Meglio. Gli stavo appiccicata come un koala. Visualizzai di essere altrove; funzionava sempre, per ritrovare la lucidità e riappropriarmi del controllo di ogni parte di me stessa.
Ma nonostante la distesa di sabbia bianca e il mare cristallino che avevo intorno continuavo a percepire il corpo avvinghiato al mio. Mi sentivo protetta, nonostante la situazione. Ohmiodio, ma lo stavo annusando? Emanava un aroma rassicurante. Profumava di buono: macaron al pistacchio? Oh, no, no, era gelato al pistacchio.
Arrivati in cima, le porte dell’ascensore si aprirono. Rabbrividii, non sapevo se per il venticello che c’era lassù o per il suo profumo. Lui mi stringeva forte. Spalancai gli occhi, iniziai a tremare. Lui mi strinse ancora più forte, sentivo il suo cuore battere sotto il maglione. Mi feci coraggio e guardai Parigi di notte sulla Tour Eiffel. Ero abbracciata all’uomo che detestavo fino a poco tempo fa e che ora, del tutto inaspettatamente, amavo da morire: era surreale!  «Ãˆ bellissimo!» dissi senza fiato, sorprendendo perfino me stessa. «Non l’avrei mai immaginato.» Non avrei immaginato nemmeno le sue labbra di nuovo sulle mie. E questa volta era diverso, questa volta era la ciliegina sulla torta.
Partì una musica da kolossal hollywoodiano, ed ecco, ero nella scena finale. Non era una visualizzazione, però, era tutto vero! Tutto perfetto. Apparve la parola «fine».

E vissero per sempre felici e contenti, pensai, ancora stravolta da un’emozione mai provata prima."






 E se non vissero tutti felici e contenti?


Sinossi: 
L’amore è guardare un film romantico mangiando un gelato al pistacchio ricoperto di nutella con una spruzzata abbondante di panna. È questo che pensa Samantha, certa che un buon gelato possa risolvere ogni cosa e che Parigi non sia affatto la città dell’amore. Samy di storie ne ha avute, e tutte l’hanno delusa. Ma se un giorno incontrasse il ragazzo di cui era innamorata al liceo e lui iniziasse a corteggiarla? E se Lorenzo, il suo migliore amico, fosse invece certo che cedere alla sua vecchia fiamma sia l’errore più grave che Samy possa fare? Come si può capire qual è la strada giusta da percorrere per trovare il proprio lieto fine?

Tra yoga, training autogeno e i consigli di un prezioso guru milanese, una mamma invadente, una cugina insopportabile e un ritorno di fiamma, si snoda una storia d’amore e di amicizia farcita di romanticismo per un buonumore assicurato.

sabato 21 febbraio 2015

La Playa di Manuel Antonio

Racconto pubblicato su Romance Magazine (Dicembre 2013)



Te quiero… – La voce che proviene dall’iPhone è calda e dolce. Sensuale. Poi la registrazione si interrompe. L’ho riascoltata mille volte. Non ho mai risposto a questo messaggio.
Mi lascio cadere sulla poltrona dello studio. Guardo lo smarthphone, ancora in mano, come se potesse dare le risposte alle domande che mi assillano.
Cerco di concentrarmi di nuovo sul lavoro. Scrivere romanzi storici richiede un certo impegno, soprattutto di preparazione. Non si può mica inventarsele le cose, mi ripeto.
Ho lasciato i due protagonisti sul più bello. Hanno appena scoperto di essere innamorati. E si sono amati, un’intera notte di passione, in un capanno in riva al fiume. Lui ora parte per una missione militare. Che disdetta, scoprirsi innamorati dopo tanti anni che si conoscono e ora doversi separare…
Nulla! Non sono davvero in grado di concentrarmi. La voce suadente di Andrés, ancora nell’orecchio, mi distrae. Riprendo il cellulare e riascolto il messaggio vocale.
Te quiero… – A dirla tutta, ora mi sembra che il tono sia quasi supplichevole. Oh, Andrés, anch’io te quiero… ma non dovrei.


Due mesi prima

– Non mi cadrai mica in depressione, vero? – mi sprona Sarah, dopo il mio ennesimo rifiuto ad accettare i suoi appuntamenti combinati.
– Ma no, che dici? È solo che non mi va di uscire…
– Sì, certo. E cosa conti di fare sabato sera?
– Be’, quello che ho sempre fatto… – Poi mi fermo a riflettere. Io e Sarah ci guardiamo. – Lavorerò – annuncio infine, alzando le spalle. – Ho anche del lavoro arretrato.
– Devi abituarti a questa nuova situazione, Elisa. Ci saranno dei fine settimana in cui Giorgia sarà con suo padre, e tu non puoi startene tappata in casa. Si è chiusa la tua relazione con Massimiliano, ma la vita continua. Hai trentasetti anni, caspita, goditi un po’ la vita!
– Non cominciare con questi discorsi…
– Ma guardati, sei una donna molto attraente. Avresti una schiera di ammiratori, se solo uscissi di casa.
– Ti ringrazio… – fingo un sorriso. – Forse non sono interessata a essere corteggiata, ci hai mai pensato? – chiedo, inacidita.
– Non dire scemenze… A tutte le donne fa piacere essere corteggiate! – ribatte lei, risoluta.
РCosa ti piacerebbe fare? Pensa a qualcosa che hai sempre sognato Рinterviene Federica che fino a ora ̬ rimasta in silenzio.
– Nulla…
– Pensaci bene. Mi hai detto che Giorgia andrà in montagna con Massimiliano per due settimane durante le vacanze di Natale. E tu che farai? Hai del tempo per te, perché non ne approfitti? Un viaggio?
– Viaggiare mi è sempre piaciuto, ci sono posti meravigliosi che visiterei molto volentieri, ma…
– Niente ma! – si intromette Sarah. – Piuttosto, dove?


Sono appena atterrata all’aeroporto Juan Santamaría di Alajuela. L’aria calda mi avvolge come un abbraccio. Il viaggio è stato lungo, ma credo ne sia valsa la pena. Vivan siempre el trabajo y la paz! leggo su un depliant. Mi guardo attorno. Qui la gente sembra felice. Mi viene in mente l’immagine di Milano, grigia e fredda. Evito di pensare al Duomo illuminato, alle luci natalizie che invadono le strade. Un punto per il Costa Rica. Sono partita di sabato mattina, ed è ancora sabato… Mi sento più giovane.
Il resort che Sarah ha scelto per le mie due settimane di vacanza dista due ore e mezza. Durante la trasferta mi addormento. Mi sveglio all’arrivo. Sono alla Playa de Manuel Antonio; il sole è già inghiottito dall’Oceano e la luna sovrasta brillante il paradiso. Sembra di essere in un poster.


Dopo essermi sistemata nel bungalow, essermi fatta una doccia e aver mandato un’email a Sarah e una a Massimiliano, esco. Al bar sulla spiaggia, spizzico qualcosa. C’è gente, musica. Guardo l’orologio. In Italia è già mattina, qui il cuore della notte. Sono un po’ stanca, ma il jet lag non mi pesa, per ora. La mia vita è sempre piuttosto irregolare, amo lavorare la notte. Sarà per questo. In quanto all’essere passata da un rigido inverno a piena estate, non mi dispiace affatto. Da quando ero bambina, ho sempre avuto un debole per il mondo latino americano. Non mi sembra vero di essere qui. Mi guardo attorno, e realizzo per un attimo di essere sola. Provo una fitta di malinconia. Non mi posso abbattere, però, sono nel paradiso terrestre… Vado verso la Playa Espadilla. Passeggiare in riva al mare mi ha sempre rilassato. Con l’Oceano sarà uguale. Non so da quanto non lo facevo. Da prima che nascesse Giorgia, probabilmente.
Altra fitta. La nostalgia di casa, di Giorgia… Avverto un rumore. Mi giro e vedo un ragazzo che mi sta guardando. Nella penombra riesco a distinguere i lineamenti e un sorriso che mi lascia senza fiato.
Hola, como estas? Рmi chiede, avvicinandosi ancora e osservandomi. Il mio spagnolo ̬ piuttosto carente, ma non ̬ il momento di esitare.
Hola… todo bien – che altro potrei rispondergli? Certo non posso dirgli eres muy guapo… Anche se lo penso: è davvero un bel pezzo di ragazzo. Un fisico asciutto, la barba appena accennata. Però non lo conosco, ancora.
Como te llamas? – mi chiede, ormai a pochi centimetri da me. Il viso sorridente, lo sguardo che incanta.
– Elisa y tu? – rispondo sentendomi un’adolescente.
– Andrés – e mi posa un bacio sulla guancia. Per un istante resto smarrita, ma ricambio il bacio, farfugliando un piacere di conoscerti, Andrés. Eh sì, è un vero piacere.
Pura Vida, Elisa, mucho gusto – fa lui. Ho letto sul depliant che Pura Vida riassume la filosofia di vita del Costa Rica. Quanto mi piace questo posto…
Y de donde eres, de Italia? Por tu acento...
Sì, soy italiana, de Milano.
Y que haces en Costa Rica?
Estoy en vacaciones… Le mie amiche mi hanno regalato il viaggio – anche se parlo italiano, sembra che ci capiamo. Bene.
– Tu vivi qui? – gli chiedo.
Nope, soy de la capital. Esperas a alguien, Elisa? – si informa. Si sta interessando a me? Sono un po’ arrugginita, ma devo riconoscere che Sarah ha ragione: a noi donne piace farci corteggiare… Insomma, se fosse lui a corteggiarmi, mi piacerebbe.
No, estoy sola – dico. Mi fa cenno di seguirlo e si incammina lungo la spiaggia. Io non so perché ma lo seguo, come se fosse la cosa più naturale del mondo. La musica in lontananza, la rinsacca delle onde, la brezza che ci accarezza la pelle e fa parlare gli alberi. Come mi sento poetica stanotte. La luna che d’un tratto lo illumina. È proprio bello. E anche giovane. Chissà quanti anni avrà?
Mi sorride e iniziamo a parlare del più e del meno, come se lo avessimo sempre fatto.


Sono arrivata da sei giorni. Mentre faccio la doccia, penso che li ho trascorsi tutti con Andrés. È incredibile come si possa conoscere da poco una persona e sentirla così vicina, tanto da confidargli cose che difficilmente si riesce a dire ad altri. Andrés mi ha presentata ai suoi amici: sono al termine della loro vacanza qui. A parte qualche occhiata tra le ragazze, a cui chissà che commenti sono seguiti, mi pare sia andata bene. Con Andrés abbiamo scoperto di essere molto simili. Di avere passioni in comune. Ci siamo divertiti a cavalcare le onde con il surf e abbiamo fatto un giro con il kayak. Ho insistito per visitare il Parque Nacional Manuel Antonio, un’esperienza bellissima. Ci divertiamo molto insieme, perfino a guardare film romantici. Mi sembra di conoscerlo da sempre. Ieri sera ho voluto affrontare la verità, gli ho chiesto quanti anni ha. Sto bene quando sono insieme a lui, non sento alcuna differenza di età. Però ha venticinque anni, ed è un dato di fatto. Al pensiero che oggi dovrò salutarlo…
Sento bussare, mi avvolgo nell’asciugamano e vado ad aprire. È lui.
Hola, guapa, come stai? – chiede sfoderando il suo sorriso e il suo italiano, che sta imparando rapidamente. Ci scambiano due baci sulla guancia.
РBene, Andr̩s, entra, tra un minuto sono pronta Рdico, avviandomi alla camera. Sento i suoi occhi su di me. РCome va con te? Рgli chiedo attraverso la porta, infilando una maglietta.
Bien… – risponde con poco entusiasmo. Lo raggiungo nel salottino.
– Cosa c’è? – chiedo. È stranamente serio.
Si avvicina. Mi accarezza il viso con i polpastrelli. Sorpresa, resto immobile. Ci guardiamo. Potrei perdermi nei suoi occhi azzurri. Mi abbraccia e il contatto con il suo corpo mi fa un bel effetto. Mi sento accolta, protetta. Come se il mio posto fosse sempre stato insieme a lui. Appoggio la testa sulla sua spalla.
– Vieni via con me, linda – mi sussurra, col suo accento ispanico. Calore. Emozione. Mi sento confusa, ma rispondo senza esitazione. – Sì… – Le nostre labbra si sfiorano. Si assaggiano. Socchiudo gli occhi. È qualcosa che mi investe. E mi spaventa.
I baci si fanno più profondi. Sento le sue mani addosso. La sua bocca sul collo. Mi cedono le gambe. La passione esplode, travolgendoci. Potrei perdere il controllo, e vorrei lasciare che succedesse. Ma non sono pronta.


Stiamo percorrendo la Autopista Próspero Fernández, ancora pochi chilometri e lasceremo la macchina a noleggio a casa di Andrés. Lungo la strada ha chiamato per avvisare che ci sarebbe stata un’ospite. Ci sono tante cose che vuole farmi vedere della sua città e delle tradizioni natalizie costaricane. Mentre guido, con la preoccupazione di sbagliare direzione, e non solo, lui mi accarezza dietro la nuca. Ci sorridiamo.
Arriviamo davanti casa sua e, scesi dalla macchina, la prima a salutarci è un batuffolo di pelo bianco. L’amore per gli animali è una delle cose che ci accumuna. Subito dopo appare sulla soglia un uomo. È il padre di Andrés. Per fortuna non siamo coetanei. Mi squadra e non credo gradisca molto la mia presenza. Lui nota di certo la differenza d’età tra me e il figlio.


Pochi minuti e siamo già fuori in cerca di un albergo nelle vicinanze.
San José a dicembre è una festa continua. Ci spostiamo a piedi e con gli autobus, allegri e variopinti. Andrés vuole farmi conoscere la zona di Zapote, imperdibile sotto Natale. Vengo investita dalla musica e dagli odori di cibo e zucchero filato, che mi ricordano le fiere del paesino dove sono cresciuta, ma è tutto molto più in grande. La gente si diverte, mangia e fa festa intorno all’arena. Prendiamo della carne asada, tipo brasato. Poi non resisto e assaggio i churrose le mele caramellate. Dentro l’arena c’è lo show con i tori. Esito. Andrés mi sorride e mi spiega che ai tori non viene fatto nulla. – Sono los toreros improvidados che rischiano un po’...  – mi chiarisce, mettendomi il braccio sulle spalle e dandomi un bacio. Entriamo e ci sediamo sugli spalti. C’è una gran confusione. Dagli altoparlanti, qualcuno commenta lo show. Ora c’è il juego de las cajas: due uomini in piedi su delle casse che cercano di non cadere all’arrivo della carica del toro. Chiudo gli occhi, un po’ impressionata. Ma poi noto che è un gioco, e che tutti sembrano essere rilassati. E mi godo lo spettacolo che si chiude in serata con i fuochi d’artificio. È tutto diverso qui. È pura vida. E io mi sento viva più che mai. C’è qualcosa di intenso che unisce Andrés e me, a volte mi sembra quasi lui possa leggere i miei pensieri.


Trascorriamo il Natale insieme, in casa. Alla famiglia di Andrés non vado a genio, questo è chiaro, e posso ben capirli, ma forse il fatto che io sia di passaggio aiuta a far scorrere il tempo in un clima sereno.
All’ora di pranzo ricevo la telefonata di Giorgia, vuole darmi la buonanotte prima di andare a letto. Non ho mai parlato di lei ad Andrés. Sono due mondi che non si incontreranno mai, che senso avrebbe? Entrambi vorrebbero conoscersi, mi farebbero domande, sono sicura che si piacerebbero pure. Ma ormai il tempo per me e Andrés è finito, che futuro mai potremo avere insieme?


Oggi

Cammino avanti e indietro. È tutto cambiato. Io sono cambiata. Possibile che da quando lui ha smesso di cercarmi io non riesca a combinare più nulla? Riascolto il messaggio: – Te quiero.
Sono passate due settimane. Quanto vorrei sentire la sua voce, ancora. Ma che senso avrebbe? Mi sento vuota, come se una parte di me fosse rimasta in Costa Rica, persa per sempre, insieme a lui. Mi appiglio alla mia parte razionale: sicuramente mi avrà già dimenticata. Avrà conosciuto la ragazza giusta per lui, del suo Paese. Devo solo attendere che il tempo lenisca il dolore che provo. Ripenso alle giornate trascorse assieme, ai suoi sorrisi. A ciò che ci siamo detti. Ai suoi baci. Alla notte prima della partenza. I nostri corpi nudi. La pelle sulla pelle. Le mani intrecciate. Abbracciati, seduti sul letto, i nostri corpi si fondevano e con loro le nostre anime.


Il cellulare suona. Passo le dita sotto gli occhiali e mi asciugo le lacrime. Andrés. Non ha mai fatto una chiamata internazionale, prima…
Esito. Continua a squillare. Rispondo.
– Pronto? – riesco a dire emettendo un suono incerto.
– Elisa, eres tu? – La sua voce mi scombina i sensi.
– Sì… – dico, senza fiato.
Soy Andrés. Estoy en Milano. Desidero vederti.
Sono incredula, sorpresa, felice. Molto felice! Proprio nel momento in cui avevo più bisogno di lui, riappare. È qui! Gli do l’indirizzo. Giorgia è con Massimiliano stasera. Sono fuori di me.


Ci abbracciamo e baciamo già sulla soglia. Mi sento travolgere dall’emozione. In questo mio mondo la differenza d’età tra di noi non conta, è solo un dettaglio irrilevante. Mi sento una sciocca per aver pensato di poter rinunciare a lui.
– Come mai sei venuto? Io… – Non trovo le parole.
РTe amo, Elisa, e sono abbastanza certo che mi ami anche tu, perch̩ dovrei dimenticarti?
– E la tua famiglia?
– Vuole il mio bene…
– E il tuo lavoro?
– Per ora sono in vacanza, poi troveremo una soluzione…
– Sai, c’è una cosa che non ti ho detto…
Bueno, che hai una ni̱a di sette-otto anni che si chiama Giorgia? Рmi dice con calma, baciandomi sulla fronte.
Lo guardo dubbiosa.
– Ho notato la foto che ti porti dietro… la telefonata a Natale…
– Mi dispiace non avertene parlato.
– Non importa, sono sicuro che andremo d’accordo.
– Ne sono sicura anch’io…

Ci baciamo, certi che quando c’è l’amore, in un modo o nell’altro, ogni ostacolo può essere superato. E mi balena l’idea che scrivere i miei romanzi in un paese meraviglioso non mi dispiacerebbe. Solo tra le braccia di Andrés sono di nuovo a casa.

(I.P.)

mercoledì 22 ottobre 2014

SENZA REGOLE in TV!

I vari impegni mi hanno portata lontano dal blog, ma ormai avrete capito che sono "Senza regole" ;)


Ecco come ho passato il tempo ultimamente... 
Dall'uscita del nuovo romanzo breve per Rizzoli, per la neonata collana digitale dedicata alle letture femminili, la promozione mi ha preso molto tempo, vero, ma ho avuto anche occasione di fare cose molto piacevoli. Sono stata invitata da Lorella Flego a partecipare a una bellissima trasmissione da lei creata per la TV slovena, TV Koper, per la precisione. 
Lorella è una persona fantastica, molto professionale e allo stesso tempo è riuscita a mettermi subito a mio agio, come fossimo amiche da tempo. Lo studio del suo programma, "Il giardino dei sogni", è davvero BELLO! Studiato nei minimi particolari, con dettagli, come le candeline e le cornici, che rendono il set raffinato e piacevole anche per gli ospiti.
La puntata a cui ho preso parte era dedicata all'eros... Be', che scrivo a fare?! Godetevi lo scatto, ma soprattutto la puntata che potrete (ri)vedere cliccando sul link qui sotto.
Buona lettura a tutti, sempre!


venerdì 11 luglio 2014

Omaggio a un grande classico... Indovina quale!

Un paio di anni fa mi è stato chiesto di partecipare da una blogger (Il diario della Fenice) a uno speciale sui classici scrivendo un breve racconto inedito ispirato a uno dei personaggi secondari.
Così è nato "Miss Louisa Musgrove". A quale romanzo classico mi sono ispirata? Facilissimo, lo so :)


Miss Luoisa Musgrove
Di Irene Pecikar



Aprì gli occhi, a fatica. La testa le duoleva e non riusciva a capacitarsi. Era distesa su un giaciglio. In una casa che non conosceva. La stanza era piccola, con il soffitto basso e i travi a vista. Era tutto ciò che poteva scorgere, nella penombra rischiarata appena dal bagliore della fiammella tremolante di una candela. Cosa ci faceva mai in quel posto?
Si tirò su per sedersi, ma un capogiro la fece ripiombare all’indietro. La testa pulsava terribilmente. Passò d’istinto una mano sulla nuca dolente e si rese conto che era fasciata.
Sull’uscio si avvicinò l’ombra di un uomo. Troppo lontano per vederlo in volto. Doveva essere lui, il capitano che tutti vedevano così bene al suo fianco.
“Capitano, Wentwourth?” chiese con un filo di voce. Non ricevette risposta e chiunque fosse si allontanò chiudendo la porta dietro di sé.
Fu in quel momento che si accorse che in fondo alla stanza, su di una poltrona, Mary stava riposando al suo capezzale.
Incominciava a ricordare. Sul molo aveva civettato col capitano e lui la doveva averla mancata quando si era gettata tra le sue braccia dall’alto. Che imprudenza. Era stata proprio una sciocca.
Ma dov’era Anne, perché non era con lei? Era l’unica che sapeva come prendersi cura delle persone che amava e tutti le volevano bene.
Mary era diversa. Non era certo cattiva, ma invidiosa, petulante. Sì, era una persona irritante, per la maggior parte del tempo. Charles non avrebbe dovuto sposarla, quando Anne aveva rifiutato la sua proposta di matrimonio. Chissà perché aveva creduto che Mary, solo per essere la sorella di Anne, avesse potuto rivelarsi una buona moglie. A parer suo non lo era affatto. Ma lei era poco più di una bambina quando i due si erano sposati. E a ogni modo non erano questioni che la riguardavano.
Cercò di allungarsi verso la brocca dell’acqua, senza far rumore. Non voleva svegliare Mary, non l’avrebbe retta.
Con cautela si mise a sedere sul letto e fece scendere le gambe su di un lato. A parte il cuore che sentiva pulsare convulso in ogni parte del suo corpo, trafiggendole i pensieri con lame invisibili, tutto sembrava a posto. Fece per alzarsi e cadde rovinosamente a terra.
“Louisa! Oh, cara…” si allarmò Mary, rimanendo seduta immobile sulla poltrona. “Charles! Charles, vieni subito!” la sentì chiamare, in tono isterico.
Louisa non riusciva ad alzarsi e una nausea terrificante si impossessò di lei.
In un istante Charles e un altro uomo entrarono nella stanza e la rimisero di peso nel letto. Con delicatezza.
“Non devi alzarti, cara. Come ti senti? Il dottore dice che ti riprenderai, ma devi riposare e muoverti il meno possibile” la redarguì con affetto il fratello.
“La testa mi scoppia… Dov’è Anne?” chiese d’istinto. “E il capitano Wentworth, vorrei scusarmi con lui…” aggiunse.
“Stai tranquilla ora, sono andati entrambi ad avvisare i nostri genitori” spiegò Charles. “Riposa, il medico ti visiterà di nuovo domattina”.
“Charles…” sussurrò vedendo che si prestava a lasciare la camera.
“Dimmi” disse lui avvicinandosi al suo viso.
“Fai uscire Mary, per piacere. Preferisco che non stia qui”.
“Ma Louisa, non c’è nessun altro… e non puoi rimanere sola”.
“Rimarrò io a vegliare su Miss Musgrove, se lo permettete, Charles” si fece avanti l’uomo che Louisa non era riuscita ancora a vedere bene in volto, accostandosi. Lo riconobbe in quel momento. Era uno dei compagni d’arme del capitano Wentworth.
“Be’, James, non sarebbe certo consono, ma d’altra parte…” disse Charles, guardando verso Mary, “mia moglie deve riposare e io star con lei. Visto che questa è casa sua, James, ed è stato così cortese da darci ospitalità in questo momento così drammatico… Anche se non vorrei approfittare della sua generosa accoglienza…”.
“Ma per me non sarà di alcun disturbo occuparmi di Miss Musgrove, anzi, credo che farà bene anche a me distogliere la mente dai miei pensieri, almeno per un po’…” aggiunse l’uomo.
“Allora, non vedo perché dovrei oppormi. Non esitiate a chiamarmi, per ogni necessità”. Poi si affiancò alla moglie Mary e, porgendole il braccio, aggiunse: “Ci ritiriamo nella vostra stanza e domani troveremo una sistemazione, così da non dover essere d’intralcio alla vostra vita. Siete stato fin troppo generoso con noi, James”.
“Non ho fatto nulla di più di quel che farebbe chiunque altro…” sminuì il capitano Benwick. Ora, Louisa ricordava il nome dell’uomo. E si rammentò che era stato per tutto il tempo, durante quella disastrosa passeggiata, in silenzio. Era da poco vedovo e sembrava non ritrovare più la voglia di gioire per una nuova alba.
Quando Charles e Mary lasciarono la stanza, il capitano sollevò la poltrona e la sistemò accanto al letto.
“Cercate di chiudere gli occhi adesso. Io non mi muoverò da qua” la rassicurò, aprendo un libro di poesie.
“Cosa state leggendo, capitano Benwick?” domandò Louisa, con un filo di voce.
Lui accennò un sorriso. La luce fioca evidenziò i tratti delicati che si nascondevano sotto la barba. Gli occhi erano un misto di dolore e passione. Era un bell’uomo; come mai non lo aveva notato prima?
Be’, le sue attenzioni erano rivolte verso il capitano Wentworth. Era divertente amoreggiare scherzosamente con lui che sembrava corrispondere ed era un ottimo partito, oltre che un uomo molto piacevole e di buone maniere. Tuttavia lei non si era mai soffermata veramente… insomma non si era ancora interrogata sui sentimenti che provava. Era per lo più un gioco, una sfida tra lei e le altre possibili pretendenti.
“Volete essere così gentile da leggere qualcosa per me, capitano Benwick?”.
Senza esitazioni, l’ufficiale ubbidì. Il tono dolce e pacato. I versi struggenti. Era tutto prefetto. Louisa abbassò le palpebre e Morfeo la accolse tra le sue braccia. Per un momento le parve che le labbra del capitano si posassero delicate sulla sua fronte, ma forse era solo stato un desiderio, inaspettato.


Tempo dopo

“Perché avete convinto Charles e mio padre a farmi rimanere nella vostra casa?” chiese Louisa, durante la passeggiata lungo la spiaggia.
“Avete sentito cosa aveva asserito il medico…” accennò James.
“Sì, lo so. Ma ora sto meglio…”.
“Volete andar via?” si informò lui, senza alcun segno che facesse trapelare un suo possibile interesse.
“Non ho detto questo…” concluse lei.
Il mare era uno spettacolo meraviglioso. Rapiva, con lo schiumare dei suoi flutti. E con lo sciabordio quietava gli animi.
La brezza soffiò lieve sulle sue gote. Aveva qualcosa dentro. Un sentimento che era pronto a esplodere. Ma che doveva essere tenuto segreto, sigillato nel cuore. C’era la questione del capitano Wentworth ancora in sospeso. Le voci la vedevano già sua sposa. Niente di più mendace. Da quando era partito, non l’aveva più rivisto. Sapeva che aveva chiesto notizie sul suo conto, ma era chiaro che anche per lui si era trattato di facezie senza significato alcuno.
Ora Louisa e James, così l’uomo che l’ospitava e gli leggeva commoventi poesie le aveva chiesto di chiamarlo, raggiunsero il molo. Lei però lo nominava a quel modo solo nei suoi pensieri.
Camminavano vicini senza dirsi nulla, già da diversi minuti. Le note speziate del profumo di lui erano delicati campanellini che l’attraevano. Sorrise tra sé, non voleva lui lo capisse che non le era indifferente. Il decoro e l’educazione era importante per le ragazze di buona famiglia.
A un tratto James si fermò e sembrò contemplare l’orizzonte.
Si guardarono per un istante. Occhi rapiti. Bocche sorridenti. Lo sguardo di lui accarezzò il viso di Louisa, lungo i contorni, per posarsi e indugiare sulle labbra.
Cosa le stava accadendo? Cos’era quella calda emozione che le invadeva l’anima?
Lei cercò di rallentare il battito del cuore. Respirò lentamente. A fondo. Non voleva arrossire, non ce n’era motivo. Continuava a ripetersi che lui non era interessato a lei. Altrimenti si sarebbe già fatto avanti, di occasioni ne aveva avute. Forse era meglio così: come avrebbe fatto a competere con l’amore travolgente che James aveva provato per la sua defunta moglie?
Louisa chiuse gli occhi per un istante, immaginando di essere altrove. Lontana dalla tentazione di quell’uomo accanto. Doveva allontanarsi dalla sua casa e da lui, ora che la sua guarigione era ormai giunta. Anche se ogni cosa glielo avrebbe fatto ricordare perché era sempre nei suoi pensieri, ormai. La prima immagine che le si affacciava alla mente al risveglio, l’ultima un attimo prima di addormentarsi. E i sogni? Come dimenticare i magici momenti che vivevano la notte nelle sue fantasie più recondite? Inconfessabili.
Accelerò il passo, quasi pronta a fuggire dal suo tormento.
Ma mani ferme le cinsero la vita.
“Desidero baciarti, da morire” sussurrò lui, prima di schiudere le labbra sulle sue.
Un bacio delicato. Straziante e, infine, ardente.

“James…” riuscì a dire Louisa, prima di abbandonarsi al sicuro tra le braccia del suo amore.

giovedì 26 giugno 2014

Il lato oscuro della presentazione

Chiunque abbia scritto un libro, sia con una piccola casa editrice, sia con una affermata, persino auto-pubblicandosi, si troverà prima o poi a dover presentare il proprio lavoro, se non addirittura a organizzare da solo (o con il supporto di altri) la presentazione del proprio libro. Non tutte le ciambelle riescono col buco, però, perdonate la frase banale... Ed è bene che si sappia che capita almeno una volta (non importa quanto sia noto l'autore, con quale casa editrice abbia pubblicato, quanto sia superfantastico il suo libro) di ritrovarsi davanti delle sedie vuote.
Ebbene, che fare?
Ho trovato interessante l'articolo (postato su Parole a colori) della collega Tiziana Iaccarino che qui vi propongo.


"Oggi parleremo di un argomento spinosissimo che, a molte persone, non piace trattare.Qualcosa che, di solito, si fa fatica ad accettare, che non si vuole ammettere sia successo a noi, che non ci va di raccontare ad altri.Cosa sarà mai questo tabù e perché tanto riserbo a riguardo? Forse per la vergogna che si prova, per l’umiliazione, per l’imbarazzo, per lo sconcerto, per la delusione. E ancora, per il fallimento che rappresenta, per la paura del facile (e spesso stupido) giudizio altrui, per l’opinione dei colleghi e magari per l’ironia dei più.Ma arriviamo al dunque: come gestire una presentazione letteraria quando la sala Ã¨completamente vuota - o se non proprio vuota, scarsamente gremita (avete presente iquattro gatti di cui spesso si parla)Come gestire, insomma, il fallimento?Ci sono autori che non lo fanno sapere, magari per pudore o per tutti i timori sopra elencati.Poi ce ne sono altri che lo dicono senza problemi e altri ancora che cercano di minimizzare.Ora, premesso che la sala vuota per la presentazione di un libro non può non essere vissuta dall’autore e dagli addetti ai lavori come una sconfitta, vanno considerati degli aspetti importanti del fallimento. Invece di piangersi addosso più del dovuto, bisogna chiedersi perché la debacle si siverificataDal momento che giornate no e presentazioni fallite possono capitare a chiunque, non si deve cedere alla tentazione di generalizzare e puntare il dito contro una persona o una situazione. Serve obiettività e lucidità di analisi. Perché i motivi per cui le cose non sono andate possono essere davvero tanti, tra cui certamente i seguenti:

1. Mancata promozione off line - In sintesi, non si è pubblicizzato a dovere l’evento attraverso volantini poster, inviti a persone conosciute, sconosciute, parenti, amici, vicini di casa, colleghi di lavoro e via dicendo;

2Mancata promozione on line – Non smetteremo mai di ripeterlo: appoggiarsi anche al web e ai Social, quando si tratta di comunicare un evento, è fondamentale. Se la presentazione non è riuscita forse non avete dedicato abbastanza energia a questa parte;"
Per continuare la lettura dell'articolo di Tiziana Iaccarino CLIKKA QUI! 

mercoledì 11 giugno 2014

1. INCIPIT: Chi ben comincia...

L'inizio del vostro racconto (o, per i più temerari, romanzo)  Ã¨ sempre molto importante. Se deciderete che quello che avete scritto vale la pena che sia letto, e se sceglierete di proporvi a una casa editrice, dovete sapere che l'incipit ha un peso non indifferente. Anzi, forse è tutto!



Quando un editor si ritrova a iniziare la lettura di un manoscritto, è proprio l'incipit che lo invoglierà a continuare o meno... Le prime 30 pagine sono il massimo che generalmente un editor legge; se non l'avete convinto, il vostro manoscritto verrà cestinato insieme a tanti altri...

Navigando, ho trovato in rete dei consigli molto interessanti, forniti proprio da chi di mestiere fa l'editor. Qui sotto un assaggio e il rimando al sito di IOSCRITTORE. 
Vi invito a leggerli... 


L’incipit, ovvero il primo appuntamento

 di Charlotte

Sappiamo quanto i primi appuntamenti possano essere stressanti e pieni di punti interrogativi. Quante volte vi è capitato… Come mi vesto? Di che cosa parlo? Mi vorrà rivedere se gli parlo di questo argomento? Anche con l’incipit di un libro è così: quante domande e quanti dubbi! Ma niente panico.